progetti dalle call

di Romolo Giulio Milito (Fotografo) & Gabriela Valencia (Pittrice)

l'architettura dell'incontro

di Romolo Giulio Milito

Parco Moreschi

Cosa accade dove la terra finisce e l’acqua rivendica il suo spazio? Nella Bassa Mantovana, la risposta è scritta nell’armonia dell’architettura per la gestione dell’acqua: le chiaviche.

L’etimologia coniata da Milito Finanthropomorphique trova nella Bassa una pertinente e confortevole declinazione. Qui, l’“Anthropo” (l’umano) ha dato “Morphe” (forma) al territorio, definendo i “Fin” (i confini) della propria sopravvivenza.

Le fotografie in mostra analizzano la chiavica come simbolo: un apparato di controllo che è, allo stesso tempo, vulnerabile e necessario. Un confine sottile dove l’ingegno umano non si limita ad accarezzare il fiume, ma ne modella la forma.

Le immagini, spogliate dal colore per rivelare la pura struttura, ci invitano a osservare le chiaviche come organi vitali di un corpo geografico in costante mutamento. Non sono solo macchine idrauliche, ma soglie esistenziali tra la sicurezza dell’argine e l’incertezza del flusso. Un invito a rivalutare l’importanza della nostra relazione con l’elemento che ci ha dato la vita e che, nel futuro, tornerà a definirne i confini.

Romolo Giulio Milito

Milito sviluppa una ricerca fotografica legata al paesaggio, alla memoria e al rapporto tra presenza umana e territorio. Il suo interesse per la fotografia nasce nell’infanzia, quando, nel 1986, a otto anni, inizia intuitivamente a utilizzare l’immagine come strumento per trattenere luoghi, esperienze e ricordi.

Da questa relazione personale con il paesaggio prende forma, nel tempo, Finanthropomorphique, ricerca dedicata ai territori di confine tra terra e acqua e alle trasformazioni prodotte dall’intervento umano. Il suo lavoro intreccia dimensione autobiografica e osservazione del mondo esterno, interrogando il paesaggio come luogo di memoria, contatto e trasformazione.

l’abbraccio dell’incertezza

di Gabriela Valencia

Ex Padus

Il progetto esplora la cura come risposta alla fragilità e all’incertezza dell’esistenza. Attraverso volti, sguardi, abbracci e forme simboliche, la cura prende la forma dell’ascolto, della presenza e della protezione reciproca, ma anche di un percorso interiore di consapevolezza e ricomposizione di sé.

Le opere raccontano il bisogno di accogliere la vulnerabilità, propria e altrui, senza giudizio: prendersi cura significa allora offrire uno spazio sicuro, sostenere ciò che è fragile e trasformare l’incertezza in possibilità di relazione, crescita e rinascita.

Gabriela Valencia

La mia ricerca artistica indaga la fragilità dell’essere umano e il bisogno profondo di protezione, ascolto e connessione. Nel mio lavoro, il tema della cura non è inteso come un atto medico o formale, ma come un gesto umano, un’accortezza intima e silenziosa di fronte alle incertezze dell’esistenza.

Attraverso una pittura figurativa densa di materia ed espressività, do corpo a volti, sguardi e abbracci che diventano rifugio. La cura si manifesta nell’atto di sostenere l’altro, nel proteggere le fragilità condivise e nella ricerca di una rinascita interiore.